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Il fazzoletto di terra si trova là dove la collina, gradatamente, cede il posto alla "bassa". La Badia: un pugno di case con otto secoli di vita, tra i campi e l'altare. Un emblema di archeologia rurale, da proteggere e valorizzare.


Badia di Dulzago (Sec. XII)

Testo di Paolo Bossi

immagine ingrandita Vista dalla strada proveniente da Cavagliano (SS. N. 32 Lago Maggiore) (apre in nuova finestra) Quando si compie un'escursione turistica, oppure la classica gita "fuori porta" domenicale, il trasferimento verso la meta prescelta avviene solitamente all'insegna della velocità e, perciò, con scarsa attenzione verso il territorio attraversato. Eppure, lo spazio che ci circonda non è mai una fredda e ripetitiva successione di cose.
Neppure in pianura: solo apparente, infatti, è la sua "noiosa" uniformità. La corretta interpretazione dei segni che il paesaggio (non spazio geografico muto, bensì rivelatore dell'intervento dell'uomo) propone al nostro sguardo rende vivo ciò che sembrava inerte, dando una spiegazione a quanto pareva accidentale.
Ecco allora che basta, per esempio, la presenza di una roggia per rinviarci all'ingegnosa pratica agraria della marcita; ed è sufficiente l'apparire di una rustica pieve per ricordarci la grande opera di bonifica agraria promossa, nel Medioevo, dagli ordini monastici.
immagine ingrandita Badia di Dulzago - Vista dal Cavo Borromeo (apre in nuova finestra) Non serve setacciare vaste estensioni di territorio per cogliere tali segni della natura e dell'uomo; ne basta una piccola porzione. Ricordate i primi versi della poesia "Rio Bo"? Eccoli: "Tre casettine dai tetti aguzzi, un verde praticello, un esiguo ruscello: Rio Bo, un vigile cipresso".
Restituiscono il ritratto di un microcosmo agricolo, dove non manca nulla.
L'area attorno alla Badia di Dulzago, meta del nostro itinerario, è poco più che un fazzoletto di terra; eppure propone un'interpretazione esemplare, nella sua completezza, del paesaggio della cosiddetta "alta pianura", nel punto in cui quest'ultima viene meno, per cedere alla zona delle risorgive e quindi alla "bassa".
Il torrente serpeggia tranquillo tra olmi, roverelle, salici e macchie di boscaglia spontanea; fossi e brevi sentieri ritagliano ordinati campi di frumento, granoturco e foraggi.
Ma il podere è anche risaia, oppure marcita, grazie all'acqua che zampilla dai fontanili.
immagine ingrandita Cortile delle vecchie scuderie (apre in nuova finestra) La strada supera una ferrovia e poi scorre tra fìlari di pioppi, costeggiando dapprima un cascinale, quindi puntando verso le prime ondulazioni moreniche dai terreni asciutti e ciottolosi, dove alligna la vite; l'orizzonte è chiuso dal bosco: betulle, aceri, robinie e ancora pioppi.
L'utilizzazione dell'acqua superficiale si realizza in un piccolo canale, antica mente destinato alla ruota del mulino; lo sfruttamento della falda freatica è affidato al pozzo.
In questo quadretto agreste svetta, come il "vigile cipresso" di Rio Bo, un bianco campanile. È quello della chiesa di San Giulio, nucleo vitale di una badia fondata, nel XII secolo, dai canonici della regola di Sant'Agostino.
La comunità religiosa venne trasformata nel '500 in un centro esclusivamente agricolo; così il cenobio ospitò le famiglie dei massari e il chiostro divenne abitazione privata.
immagine ingrandita Campanile Chiesa di San Giulio (apre in nuova finestra) Una vera e propria azienda si realizzò nel '700, con l'introduzione dell'allevamento del bestiame (bovini, suini e pollame); attorno alla metà di quel secolo vennero costruiti gli edifici per i salariati, ancora ben visibili attorno alla corte dei Pigionanti.
Bifolchi, cavallari e famigli (rispettivamente addetti all'aratura con i buoi, al lavoro con i cavalli e alla stalla) iniziavano il loro rapporto di dipendenza, sotto il controllo del fattore, l'il novembre, giorno di San Martino, e il contratto scadeva esattamente un anno dopo.
C'erano poi i campari da badile, per la manutenzione delle opere irrigue, il bracciante, il tagliaerba, il falegname e il fabbro. La vita della comunità agricola era perfetta nella sua autosufficienza, con il forno del pane, la scuola elementare, la ghiacciaia interrata, il lattaio e il mulino che forniva vari tipi di farina.
immagine ingrandita Badia di Dulzago - Case Interne (apre in nuova finestra) Oggi, nel complesso abbaziale si entra da sud: un rustico acciottolato (percorrerlo in auto sembra quasi una mancanza di rispetto per il luogo) conduce alla chiesa, attraverso una successione di archi, a loro volta elementi di comunicazione tra il cortile delle vecchie scuderie e la corte del pozzo, detta anche dei Conversi.
Molte parti della badia risultano purtroppo degradate, come i palazzotti del '400 e del '500, le stalle e il chiostro.
L'antico e operoso centro di Dulzago sopravvive solo in poche famiglie che vi dimorano, nella chiesa di San Giulio ben accudita, nella caratteristica trattoria dallo stesso nome e nel mulino-riseria, posto all'ingresso del complesso.
immagine ingrandita Badia di Dulzago - Portico (apre in nuova finestra) La piccola comunità locale è però consapevole della necessità di salvaguardare quanto resta della Badia, monumento che è testimonianza di fede e di storia. Ma anche un esempio "scolastico", come si è accennato, di geografia umana. La Badia di Dulzago è un sito che potremmo definire emblema di archeologia rurale o, meglio, del paesaggio.
Da proteggere e valorizzare. Ecco che proprio nella sua storia, e - perché no? - nella tanto bistrattata geografia, si possono individuare le linee del suo sviluppo futuro, nel rispetto del patrimonio culturale trasmessoci.


31° Gennaio - Sagra di S.Giulio (La Fagiolata)

immagine ingrandita 31° Gennaio - Sagra di S.Giulio (La Fagiolata) (apre in nuova finestra) Riesce sempre a "fagiolo"...
È la sagra di San Giulio, che si tiene alla Badia l' ultima domenica di gennaio. Di evidente aspetto gastronomico (nota come "fagiolata", è sempre un successo dal punto di vista della partecipazione), ha però profonde radici religiose. In sette calderoni di rame, bollono assieme - al fuoco di legno d'acacia - carne, cotiche, lardo, carote, cipolle, patate, sale e naturalmente una miriade di fagioli. Il cibo viene distribuito in concomitanza con la funzione liturgica in onore del santo "muratore", la cui statua sfila in processione. La cerimonia, che raccoglie centinaia di fedeli malgrado la stagione fredda, vuole ricordare sia ai ricchi sia ai poveri l'uguaglianza di fronte a Dio. Nella comunità della mensa, una scodella di fagioli non si nega a nessuno, senza distinzioni e favoritismi. E non manca il pane benedetto. Avrebbe facoltà taumaturgiche (ma qui dal sacro si passa al profano) contro i serpenti. Potere di San Giulio. Lui, sul lago d'Orta, seppe sconfìggere draghi e rettili mostruosi.


Come Arrivare

La Badia di Dulzago si può raggiungere sia dalla statale n. 229 del lago d'Orta, sia attraverso la n. 32 del lago Maggiore. La prima soluzione consente di assaporare per gradi il paesaggio (soprattutto in primavera), prima di toccare la meta.
Si esce da Novara in direzione Borgomanero; dopo una decina di chilometri, superata Caltignaga, si svolta a destra in corrispondenza di Sologno. Subito dopo c'è un passaggio a livello; quindi il "Rio Bo" della situazione, cioè il Terdoppio. La Badia dista da Sologno 3 chilometri.
Ce ne vogliono poi circa 4 per proseguire fino a Bellinzago, sulla via del ritorno, e altri 15 per completare il giro in senso orario e tornare a Novara. Un'interessante variante, per chi imbocca fin dall'inizio (sempre da Novara) la statale n. 32 del lago Maggiore, consiste nel deviare a sinistra ben prima di Bellinzago, a Cavagliano: la Badia dista meno di 3 chilometri.


Tratto da:
Sestante - Rivista di turismo e cultura delle province di Novara e del Verbano-Cusio-Ossola
Numero 2 - Dicembre 1997
Promoturismo srl
Testo di Paolo Bossi


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