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Il comune di Bellinzago Novarese appartiene a: Regione Piemonte - Provincia di Novara

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Storia

Il Novecento

Il secolo si aprì con momenti di grave crisi come furono quelli che condussero alle due guerre mondiali (1915-18; 1940-45), avvenimenti a cui anche la popolazione di Bellinzago contribuì con sofferenze e sacrifici. Intorno alla metà del secolo, quando la situazione italiana ed europea si fu normalizzata, si innescarono tutti quei processi economici e sociali che portarono alla situazione di benessere attuale e all'acquisizione di nuovi modelli di vita. Anche a Bellinzago non si seguirono più i ritmi dettati dalle stagioni e dai lavori campestri ma quelli, sempre più rigidi, delle fabbriche e delle industrie. Le migliorate condizioni di vita indussero alla trasformazione degli antichi edifici e all'ampliamento della superficie del centro, che si dotò di strutture pubbliche e amministrative sempre più moderne ed efficaci.

Il Novecento: i Documenti Artistici

L'Ottocento viene anche ricordato a Bellinzago come il periodo antonelliano. Emblemi dell'impegno creativo dell'architetto novarese sono la chiesa Parrocchiale di San Clemente, la cui edificazione cominciò nel 1837 e terminò sette anni dopo, e l'asilo infantile, realizzato in tre anni, dal 1873 al 1876, per merito del lascito testamentario dell'avvocato De Medici, che funzionava secondo precise norme comportamentali. Si verificò anche l'abbattimento delle allora mura residue del castello spagnolo nel 1822, il cui sito originario era in prossimità del vecchio acquedotto comunale. Nel 1910 venne inaugurato l'oratorio o ricreatorio, voluto dall'avvocato Francesco Vandoni, morto nel 1907, il quale demandò la sua realizzazione al fratello. Desiderio del benefattore era quello di fare in modo che i fanciulli venissero accolti in una struttura coordinata dal prevosto del paese, distogliendoli così dalla strada o dalle bettole. Successivamente l'opera venne completata grazie agli interventi di alcuni sacerdoti, tra i quali don Omodei Zorini che nel 1922-25 realizzò la sala teatro-cinema, don Maurizio Raspini, il quale fece edificare la casa San Giovanni Bosco e don Luigi Manfredi, promotore della costruzione di una nuova ala del fabbricato. In questi due secoli le antiche occupazioni come quella della macinazione che si svolgeva presso i mulini come il Mulino Vecchio, ancora conservato, vennero sostituite da quelle più nuove, come la filatura o la tessitura o le attività meccaniche. Si modificarono perciò, completamente, anche i sistemi di vita, le abitudini dei paesani di cui sono tenue e sfumata testimonianza le antiche immagini fotografiche e i ricordi degli anziani.